MARTEDI 9 MARZO:
Seconda tappa! Nove ore di sonno.
Alle 6 e 30 dovrebbe suonare la sveglia. Ma, alle 6, il
campo, ancora immerso nel buio, è già in
pieno fermento. La fatica del giorno precedente è
oramai alle spalle. E mentre il sole sorge sull'Atlante
e sul deserto marocchino, cresce, tra le Women Riders
l’adrenalina per la seconda, lunga, tappa.
Si arrotolano velocemente i sacchi a pelo.
Il team di Airzoone smonta tende e docce. E le carica
sugli Unimog Mercedes assieme alle borse con gli effetti
personali. Il controllo preventivo delle bike rivela
altre microforature che, nella notte, hanno afflosciato
altri pneumatici. I meccanici si danno da fare e, in
breve, tutte le bike sono a posto. Si lavora alacremente
per bonificare, nuovamente, l’area. E lasciare
il deserto così come lo si è trovato.
Senza carte, senza tracce.
Due ore dopo, conclusa la colazione, le Women Riders
sono pronte e cariche al punto giusto per affrontare
la seconda tappa: più lunga – 70 chilometri
– e più dura. Ci sono da superare alcune
salite. Una, in particolare: venti chilometri dal trentesimo
al cinquantesimo chilometro.
Il team medico distribuisce sali minerali e acqua.
Si caricano le borracce e, finalmente, si parte. I due
Unimog Mercedes e il Daily si dirigono verso il secondo
campo base mentre le Women Riders affrontano nuovamente
il pietrisco della pista sorvegliate a vista dai team
sulle quattro jeep.
Il fondo è sempre pietroso e sabbioso.
E costringe le ragazze ad usare i rapporti corti rallentando
notevolmente l’andatura. Il gruppo, via via, si
sfilaccia, si distribuisce lungo la pista per diversi
chilometri. Le jeep tornano a correre avanti e indietro
come staffette. Le piste ingannano nel deserto. La fatica
può annebbiare la vista talvolta. Due ragazze
prendono inavvertitamente una pista parallela. Sembra
uguale all’altra ma piega e torna indietro.
Una jeep si stacca dal gruppo e le va a cercare. Le
trova quando hanno già percorso quasi sette chilometri
in più. Alla fine per loro il Roadbook segnerà
85 chilometri, anziché 70.
La stessa cosa capita ad un altro gruppo più
nutrito, ingannato da quelle tracce nel deserto che
sembrano piste e poi, invece, muoiono nel nulla, contro
una duna. La jeep "scopa" le raccoglie e le
riorienta sulla pista giusta. Anche per loro ci sono,
sulle spalle, a fine giornata, quei 15 chilometri in
più. Che non sono pochi quando devi fare i conti
con la sabbia. O con la montagna franata che si presenta,
all’improvviso, davanti alle Women Riders.
Un contrattempo. Ma il deserto è fatto di contrattempi
che ti costringono a inventarti una soluzione, alla
flessibilità mentale. Via con il rapporto corto.
Chi non ce la fa, scende e spinge la bike a mano. Qui
non vince la forza. E neanche l’allenamento. Qui
vince il carattere. In breve la montagna franata è
alle spalle.
Ma ci sono gli ouadi che, uno dopo l’altro, segnano
come ferite il deserto interrompendo la pista sabbiosa.
Fango secco, a volte. Letti di fiume dove l’acqua
è un ricordo. A volte. Ma non sempre. Sull’ultimo
ouadi c’è l’acqua. Si guada, spingendo
la bike, con l’acqua alle caviglie. Un rinfrescante,
inatteso, intermezzo. Poi si torna a pedalare nel deserto
infuocato.
La pista taglia il villaggio di Mellaab. I bambini
corrono dietro alle Women Riders che si stupiscono della
loro agilità, a piedi nudi, sulle pietre appuntite.
Pecore e caprette attraversano, all’improvviso,
la pista.
Poi si torna nel nulla del deserto. "Un percorso
lunare – racconta Emanuela – durissimo ma
meraviglioso. Montagne bellissime, pochissime forature
e tanta, tanta fatica".
Le ragazze arrivano alla spicciolata al campo allestito,
nel frattempo, dall’assistenza di Airzoone. Chi
arriva prima li aiuta a montare le tende e le docce.
Il campo si prepara ad un'altra notte sotto il cielo
gelido e stellato dell'Atlante.
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